C'è una massima che dice che «non sono le persone che fanno i viaggi», ma «sono i viaggi che fanno le persone». È per lo più attribuita a John Steinbeck; non so dire se sia veramente sua, ma posso dire che è senz'altro vera, almeno per quanto mi riguarda.
Vivo qui al Braziers Park da oltre un mese; sono in Inghilterra da poco più. E pur in così poco tempo, tutto sembra cambiare rapidamente, quasi senza che me ne renda conto. È un viaggio che, a ben pensarci, non ho scelto; anzi, è forse vero il contrario, cioè che in un certo senso è stato il viaggio a scegliere me. Io mi sono limitato a inviare la mia domanda come lavoratore volontario, e prima ancora che potessi fare alcun tipo di progetto ero già in volo per il Regno Unito, solo e sovraeccitato.
L'impatto con la lingua è stato a dir poco traumatico. Ho ereditato dai tempi del liceo un buon inglese, ma parlarlo sul campo, fare conoscenza con madrelingua ed entrare in rapporti con loro, quotidianamente, è tutta un'altra cosa. All'inizio, parlavo usando le frasi tipiche che già conoscevo, o traducendo in inglese ciò che stavo pensando in italiano. Ma arriva un momento in cui tutto questo non funziona più; hai bisogno di un contatto più profondo e veloce, in una parola più istintivo, e non puoi essere istintivo col vocabolario fra le mani, o nel cervello.
Qualcosa deve cambiare in te, perché tu possa essere davvero te stesso. Allora smetti di pensare in italiano, ma non basta ancora, perché adesso ti manca quella padronanza che un tempo ti permetteva di fare pensieri (e discorsi) contorti. Così sei costretto a tagliare, a rendere la tua coscienza più semplice. Ma in questo modo, a cambiare non è più soltanto la lingua: cambiando il modo di costruire i pensieri, cambiamo le strutture fondamentali delle nostre azioni, cambiamo noi stessi, i nostri punti di vista, e nulla è più come prima. Non sono le persone che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.